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Viaggio in Europa. II – Parigi

di Remigio Tristoni, rappresentante della sezione poetica “A. Cravan”, Collettivo Antikunst.

II – Parigi

I giorni precedenti alla partenza furono un turbinio di emozioni contrastanti, come da tempo non mi accadeva di provare: ad un iniziale entusiasmo per il viaggio e la fascinazione per l’idea dell’avventura, subentrò velocemente lo scompenso razionalizzante della convinzione di una scelta scellerata che non avrebbe portato nulla di buono. D’accordo, stiamo parlando di Parigi: Hugo, Zola, gli impressionisti, i simbolisti, i parnassiani e il fauvisme; il 14 luglio, il Direttorio, il 1848 e la Comune; Hemingway l’aveva amata nonostante non la potesse scopare, Miller invece l’aveva amata in modi del tutto nuovi; le donne avevano lanciato i primi sampietrini lungo quelle vie piene di librerie a buon mercato, le ultime avanguardie avevano posato per l’ultima volta sullo sfondo di una prospettiva irreversibile. Lo scenario era esaltante, ma in definitiva risultava una seconda visione, tutto era già successo e niente sembrava voler succedere a breve, sembrava come quando ci si reca sul luogo di un incendio dopo che i pompieri hanno già spento le fiamme ed è rimasta solo la cenere.

Non feci in tempo ad introiettare questi discorsi che già l’aereo stava sorvolando le Alpi immobili e il bianco dei ghiacciai proiettava una luce falsa verso la mezz’aria della rotta. Arrivammo a Parigi in una fredda giornata di metà marzo, un vento gelido da nord spirava costante sulla faccia sotto il cielo grigio piombo. Trovammo da dormire da una gentile signora algerina di mezz’età, che ci affittò una stanza nel quartiere di Bercy, nella prima cintura periferica che circonda il centro. Appena sistemati Gastone si attivò per contattare le sue conoscenze, compagni di scuola che si erano costruiti una vita in Francia, voglioso di organizzare un incontro per la serata condito da una serie di bevute. Io mi affrancai senza rimorsi da questa incombenza e decisi di concedermi un giro turistico della città.

“Ci dicemmo addio a denti stretti, quello non era il posto adatto. Ma a pensarci bene, non esiste un posto adatto per un addio.” Fu questo il primo pensiero che mi balenò nella mente percorrendo in silenzio St. Germain de Pres, gli ampi boulevard pieni di gente indaffarata e due amanti che si salutano per sempre in un anonimato tipicamente contemporaneo. Malinconia, il sentimento che mi accompagnerà durante il mio soggiorno a Parigi, quella mestizia della quale ci si nutre per giustificare la propria inerzia verso la possibilità di un miglioramento. Il mercato dei ricordi metteva costantemente in mostra le immagini delle barricate, dighe erette contro rinnovate condizioni di sfruttamento, costruite con la stessa merce in eccedenza che era la causa di quelle proteste. Bruciano le auto in rue St. Jacques e il fumo che sale si porta dietro un modo di vivere di cui non rimarrà testimonianza, soltanto foto in bianco e nero confuse dentro pubblicazioni superflue vendute a caro prezzo sulle bancarelle in riva alla Senna. Non esistono più i pavé ciottolosi che fornivano la direzione a migliaia di disperati senza faccia, al loro posto strisce di asfalto che servono da giaciglio scomodo a tristi clochard infreddoliti. La tour Eiffel? Un ammasso di lamiere contorte che stanno arrugginendo nella propria compiacenza; il Sacro Cuore? Un cubo di calcestruzzo senz’anima, buono forse a cancellare la memoria di migliaia di comunardi che avevano creduto alla possibilità di una Parigi, questa volta davvero, senza aristocratici. In definitiva, i monumenti sono la cosa più brutta di Parigi, preferisco perdermi nei labirinti della metropolitana, dove ogni volta è un gioco arrivare nel luogo che ti eri prefissato, oppure bivaccare nelle periferie, nelle boulangerie o nei bistrot, incontrando personaggi sinceri e interessanti, e insieme a loro maledire il caos e il cemento che nessuno ha voluto, ma che sono stati imposti come una gabella medievale.

Ricercavo la Parigi che avevo letto sui tascabili in edizione economica della mia gioventù, ma vi trovavo soltanto un grande supermarché a cielo aperto del quale quelle pubblicazioni diventavano brochures retroattive e inconsapevoli che alimentavano l’effetto banalizzante. Ogni aspetto della città era monetizzato, tranne l’aria, troppo inquinata per poter essere venduta. Rimasi allibito quando, in una stanza del museo d’Orsay, una signora inglese si esibì in un selfie davanti all’autoritratto di Van Gogh, e fu lì che capii che quelle pennellate pesanti incidevano il volto del pittore come tante piccole cicatrici, ed erano un atto d’accusa molto più potente di un semplice orecchio mozzato. C’era Millet, i due contadini che pregano nel campo; Courbet, “L’origine du monde”, l’atelier e il funerale nel fango; il ciclo di Arles con quei cieli mobili che sembrano sempre sul punto di cadere sulla terra; c’erano pure Degas, Monet, Pissarro, Renoir, Manet, Cezanne e, nei grandi ritratti di gruppo di Fantin-Latour, un Rimbaud scarmigliato con accanto un Verlaine molto più vecchio di quello che dice la sua età, e su un’altra tela Baudelaire tre anni prima della sua scomparsa. Sulla sua tomba a Montparnasse un’anziana dai tratti asiatici stava trapiantando dei fiori: parlava da sola, sembrava mezza matta. Io ho recitato una poesia nel silenzio funereo e lei mi ha lanciato uno sguardo, prima di rimettersi a colmare di terra i vasi. Ho immaginato l’ultimo pensiero del poeta: “E’ dunque questa la morte?”, e un attimo dopo non c’era più nulla.

“… Tutta questa voglia di scappare, e neanche un posto dove andare …”

(A questo punto il racconto si interrompe, quindi lo possiamo considerare incompiuto. Non conosciamo con certezza la sorte dei due protagonisti, ma i soliti bene informati assicurano che Gastone continuò il suo viaggio, che lo porterà prima ad Amsterdam e quindi a Berlino, dove dicono abbia trovato lavoro in una birreria e stia progettando di aprire un mercatino dell’usato nel quartiere di Kreuzberg. Per quanto riguarda la voce narrante, sembra che sia tornato indietro verso casa, bloccato dalle sue indecisioni insormontabili più delle Alpi, perseverando nelle lamentazioni verso una vita considerata banale ma che non fa niente per cambiare, passando il tempo a commiserarsi e a pensare a Miranda, che nel frattempo pare essersi scordata velocemente di lui.)

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