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Non dobbiamo aver paura di essere felici…

Il fatto che non abbia niente da dire, o comunque poco e in maniera sintatticamente elementare, non deriva, almeno in questo preciso momento, da una contingenza soggettiva o da una eccezionale tempesta di emozioni della quale sono in balia. Ha radici più profonde: è stata un’evenienza sempre latente nel mio stato d’animo, un rischio nel quale ero sempre in pericolo di cadere. Non si perde l’ispirazione da un giorno all’altro. Ora, mi sono adagiato nella situazione che da sempre ho cercato di evitare e mi ritrovo squalificato nei confronti di una qualsivoglia reazione. Ho cristallizzato il presente in maniera da renderlo eterno, ho commesso lo sbaglio di credere che la mia condizione attuale sia immutabile, ho condannato il cambiamento in contumacia, più o meno conscio che così facendo mi trovo a snaturare il mio pensiero e aggiungere altra sofferenza. Troppo semplice sarebbe limitare l’analisi delle colpe a fattori esterni che, pur rivestendo una certa importanza, non sono immediatamente responsabili. Il punto focale della questione si staglia sullo sfondo di ogni mia azione o pensiero d’azione, e ne adombra la loro visione d’insieme: ho smarrito la capacità di immaginare e di romanzare la mia vita, di immaginare un nuovo scenario ed abbellire quello esistente. Mi sono fatto fautore di un fatalismo che non ha niente a che vedere con me e con quello in cui credo, ma che è diventato un’opulenta e comoda gabbia per la sua essenza rassicurante. Le vie di fuga esistono, il cancelletto è sempre aperto, ma esiste come un servizio d’ordine interno che ne ostruisce la visione. Esso è composto da tutte le convinzioni più retrograde, scorie di collera e frustrazioni antiche che hanno da sempre influenzato la mia personalità, mentre le idee nuove non hanno trovato il terreno adatto per crescere (non può una pianta crescere rigogliosa su un piano arido e impervio) e rimangono come buoni propositi senza la spinta di una convinzione. E sebbene quest’ultime abbiano, dopo molto tempo e tanta fatica, aumentato la loro influenza sul mio agire, le prime, in proporzione, non sono indietreggiate abbastanza da determinare un cambiamento rilevante. E’ per questo che mi ritrovo, allo stesso tempo, tra l’essere preda di un’euforia schizofrenica, certamente genuina e vitale, e la certezza di non riuscire a mantenere quella tensione fino a farla sviluppare in qualcosa che non si risolva in una delusione.

Quando nei periodi bui ti ritrovi solo con te stesso, la marea dei pensieri monta inesorabile: dapprima è come una pulce nell’orecchio, una parola male interpretata, una mortificazione eccessiva. Non appena trova una frattura nel tessuto razionale dei ragionamenti, deborda nella mente e non si può arrestare, si può solo assecondarla per fare sì che duri il meno possibile. Da troppo tempo ormai scrivo pensando che ciò serva a redimere i miei errori e alleviare le ferite dell’anima, e non ne sono ancora venuto a capo. Ho sprecato tanto di quell’inchiostro nell’illustrare la giustezza delle mie belle intenzioni che sono arrivato al punto di non riconoscerle più. Mi appaiono estranee perché nessuna di esse ha mai superato la consistenza di un segno su un foglio, considerando oltretutto che non ho mai avuto una prosa che le renda interessanti. Mi leggo indietro e mi trovo, tranne rare eccezioni, patetico e noioso. Mi atteggio a nuovo Flaubert, quando già Flaubert era discordante con la sua epoca – e comunque non ne ho i mezzi. C’è stato un sostanziale imbroglio nella mia visione di letteratura a causa del quale la mia prosa ha assunto i contorni molli e prolissi di una lamentela. Ho pensato che si potesse attingere in eterno dalla fonte della tristezza e che ciò non avrebbe arrecato conseguenze. Sulla base di questo malinteso ho fondato la mia poetica, una poltiglia informe di recriminazioni e stucchevoli rammarichi, di tediose congetture e pietose soluzioni. Non mi è servito, anche se ho sempre sostenuto il contrario. E come poteva, dal momento in cui i miei scritti non sono stati altro che un’amplificazione di una condizione dolorosa, un’apologia dello star male, il sabotaggio della mia felicità. Alla luce di queste considerazioni diviene chiaro il motivo per il quale i miei periodi improduttivi coincidono con quelli durante i quali spendo la poesia nella vita vissuta. Quello che mi serve adesso è riuscire a descrivere come la poesia viene applicata alla realtà e come possa determinarne gli esiti. Dalla pratica alla teoria e di nuovo alla pratica, migliorandola in funzione del raggiungimento di un equilibrio. Celebrare il cambiamento come necessario, sostenere il moto perpetuo, della mente e del corpo. E di colpo, rimettere tutto in discussione, stigmatizzare le certezze e le tradizioni, contestualizzare il passato e riconoscerne i limiti. Alimentare le connessioni tra sé stessi, gli altri e l’ambiente circostante, scambiare saperi, emozioni, calore. Sono costretto ad ammettere che, in questa particolare congiunzione di eventi, non sono in grado di soddisfare i miei desideri, anche se lo volessi. Non per questo li considero sbagliati o vani: sbagliato è il modo in cui cerco di raggiungerli, vana è l’ossessione morbosa con la quale pretendo di soddisfarli. Purtroppo, il mondo non è come lo vorremmo: se così fosse, non ci sarebbe bisogno di lavorare! La nostra condizione velleitaria è un dato di fatto, incontrovertibile. Proprio per questo dobbiamo evitare di farsi sopraffare dal negativo. La realtà è lì di fronte, ed è piena di istantanee poetiche che non aspettano altro che essere sviluppate: scovarle tra le migliaia di false riproduzioni ed elevarle ad esempio, questo è il pensiero che spariglia le mie ossessioni e annulla la mia inettitudine.

di Remigio Tristoni, rappresentante della sezione poetica “A. Cravan”, Collettivo Antikunst.

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