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L’orrenda fine del Capitalismo

Prologo

(Limiteresti la tua idea di futuro migliore ad un qualunque Escrivà tumefatto sulla forca?)
Il vecchio Progresso, seduto sulla porta di casa, inveisce contro i propri figli prostituiti,
nella cripta patriarcale le sue ossa scricchiolano come filigrana elettrica;
l’incauta Natura, con piante di stramonio, ne ha vergato l’immacolato crine,
dei destini mutilati rimangono ormai cumuli di rifiuti,
a intasare di polluzione le sue arterie fin troppo rammendate;
i solenni desideri, che un tempo scorrevano nei cuori scarlatti, subiscono oggi l’ennesimo temibile insulto:
l’imminente catastrofe li soffocherà con tempera pesante…

 

I – Situazione dell’individuo

Negli scantinati dell’anima si consuma ancora il dramma della solitudine,
una luce innaturale non crea ombre ma distribuisce terrore,
un altro libro sta per finire per il sarcastico logoramento del tempo,
e sembra, o è soltanto l’ennesima illusione, che una nuova fase di sorrisi inediti si stia aprendo.
Si offusca la ragione nell’inverno dei desideri, pieno di “simbolismi oscuri”:
ho dovuto rinnegare gran parte del mio passato per poter continuare a frequentare luoghi affollati di persone,
e non so quanto ne sia valsa la pena — tremo nello scrivere,
ho paura di quello che la prossima parola possa evocare,
anche i segni portano a galla ricordi che credevo morti come un piatto di funghi mal digerito;
le lettere si fanno cubiche, grandiose, assumo prospettive angoscianti,
sfumano verso il nero nelle metropoli silenziose.
I torbidi intrecci della casualità deprimono gli istinti, volti famigliari si susseguono,
spariscono, si scompongono e ritornano negli incubi della notte,
l’asettico paesaggio innevato si snoda immobile e ovattato: non esiste più natura,
i rumori si contrastano fino al volume zero di una realtà in discendendo.
L’astinenza di vita ha causato un illogica cancellazione delle capacità di socializzazione:
un malsano nichilismo mi obbliga ad imparare di nuovo regole di convivenza,
che mai dovrebbero perdersi e sublimarsi in ossessioni autodistruttive;
sono come un bambino appena nato in un mondo di adulti pretenziosi,
il fanciullino si muove goffamente e si intristisce vedendo i suoi giochi liquefarsi nella civiltà dei cannibali,
si sciolgono in magma denso e inquinato,
e confluiscono nella valle di cemento dove formano il mausoleo del sacrificio ludico;
il fanciullino prostrato di fronte alla propria infamante sconfitta,
piange lacrime di sangue e non reagisce pensando alla prossima delusione.
In un letto alto centinaia di metri, nel mezzo di un cielo cupo e freddo,
i fantasmi dell’insonnia e della colpa sostano gracchiando sulla sua testata,
gli occhi sono chiusi ma le immagini si materializzano ugualmente,
come in un beffardo scherzo metafisico in piena dittatura razionale:
sono facce tumefatte che urlano di dolore, un dolore grigio, indefinito, immotivato,
che non ha nessuna intenzione di essere lenito,
ma ingordo di difetti strutturali cerca nutrimento nella sua testa che non conquista più il sonno.

 

II – L’anonima ascesa

L’industria metalmeccanica si alza in piedi con le sue gambe-ciminiere e il suo ventre-magazzino,
senza volto cammina calpestando le aiuole e schiacciando le rock-band,
afferra un vagone merci e lo accende sbuffando da una finestra rotta;
la sua vittoria è completa, chi mai avrà il coraggio di contrastarlo,
visto che gli eroi dei fumetti sono troppo impegnati a fare film per Hollywood.
I grandi volatili meccanici colpiscono i cacciatori a terra,
il mostro di mattoni cotti si nutre delle loro carcasse in un lugubre aperitivo,
scricchiolante di ossa e bagnato di globuli rossi  —
gli altri avventori del bar sembrano indispettiti,
un disgustoso inconveniente che stride con le loro pose cinematografiche e la loro patetica lussuria;
il mostro marrone, accortosi del loro palesar dissenso,
gli spiega che il loro sacrificio di ormoni e carni da cannone ha creato quella figura,
irritante ma necessaria per i loro precena alcolici.
A quel punto le comparse della realtà estraggono fuori dai loro portafogli di pelle
le carte di credito scintillanti nel clima natalizio, urlando: “Non abbiamo bisogno di te!”;
il mostro, senza tanto sfoggio di spirito democratico,
abbassa la sua mano-segreteria su di loro, uccidendoli all’istante, assumendoli con un contratto a progetto.

 

III – La caduta e la tragica disfatta

Il mostro d’acciaio, corazzato di silicio, continua nelle sue lusinghe elettriche,
installando illusioni fluorescenti ai primi piani dei palazzi residenziali,
e infarcendo le sue stanze di materiale plastico decadente;
ricostruisce un paradiso desolato dentro scatole digitali,
di diversa forma e colore ma rigorosamente predeterminate;
rifornisce di invitanti cocktails clorofluorocarburici i propri sudditi inebetiti.
Ma una malsana debolezza si insinua nella sua costituzione architettonica,
e i suoi padri glielo avevano pur detto:
sempre meno persone si affollano nei suoi santuari a render grazie alla sua magnanimità,
e sempre meno vitelli grassi vengono sgozzati sui suoi altari.
Con la violenza della morte obbliga chi rimane vivo a sottostare al suo imperio,
ma la sua forza si fa sempre più labile e la sua voce di carta è sempre più roca.
Barcollando si reca nei luoghi dove si stanno svolgendo i suoi funerali,
e osserva gioire i suoi esiliati di situazioni che non prevedono la sua presenza:
armonie sublimi, canti deliziosi, cibi succulenti, vini inebrianti,
donne e uomini nudi che non seguono alcuna moda, castelli senza nessuna protezione,
colori vividi e forme irrazionali, fanciulli divertiti e spettinati.
Nel presagire la propria disfatta, il mostro di macerie, senza il minimo rimpianto,
guidato dall’accidia e dall’egoismo che lo hanno eroso,
si lascia cadere sui suoi figli ribelli sperando di sterminare l’umanità  —
ma la caduta è lenta, innocua, prevedibile, inutile;
il mostro ha il tempo di rivedere tutti i suoi errori, dei quali ovviamente non chiederà il perdono.
Quando il suo cadavere giacerà nei sottosuoli archeologici,
il resto del mondo sarà di nuovo un luogo dove poter vivere,
i mostri saranno soltanto personaggi di racconti arcaici,
evocati per spaventare scherzosamente i bambini nelle notti d’estate,
quando distesi in riva al fiume vedremo la notte sorridere nel profumo dei corpi liberati.

di Remigio Tristoni, rappresentante della sezione poetica “A. Cravan”, Collettivo Antikunst

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