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Limite City Blues

Le luci fuori dal bar erano già spente da un po’, ma qualcuno continuava ogni tanto ad arrivare. Una rapida consultazione al bancone, gesti furtivi di mani rese scaltre dal bisogno e via, un saluto fintamente cordiale, e così come sono arrivati se ne vanno, veloci, sudati, con le giacche aperte perfino stasera che la temperatura è scesa di parecchi gradi a causa dell’umido stantio della valle che non riceve acqua piovana da non si sa quanto tempo. Ad intervalli periodici arrivano da dentro stralci di melodie canoniche e molto simili tra loro, selezioni poco originali di youtube sul computer collegato alle vecchie casse Sony mod. SS-V11 da 40 watt. Le stesse casse che qualche anno prima pompavano reggae principalmente italiano alle feste estive che venivano organizzate negli spiazzi intorno al paese, in quelle zone liberate dalla benpensante classe media sempre vigile a scovare uno scandalo che non la riguardasse.
Intanto le auto continuavano a passare scivolando pesanti sull’asfalto finito che sembravano aerei sulla pista di atterraggio. Era l’unica certezza che era rimasta a quell’umanità stremata che gravitava nei pressi del bar: avevano visto morire i giovani (incidenti, suicidi, malattie causate dal sovradosaggio chimico), i vecchi (colpi al cuore, tumori, suicidi, vecchiaia, malattie, incidenti), altri erano partiti, alcuni erano arrivati, ma le auto avevano continuato imperterrite a passare col loro carico di grigio che si irradiava sulla corte antistante il locale. Il metronomo ufficioso che scandiva lo scorrere del tempo, il meccanico ed inquinante sostituto delle vecchie campane della chiesa che ormai non si sentivano più, surclassate dal rombo imperante del traffico.
Chi frequentava abitualmente il bar aveva imparato a decifrare il flusso della circolazione che sciamava su quella strada, e in base a quello cadenzare le proprie attività quotidiane. Per esempio, i più giovani organizzavano le loro sessioni intensive di assunzione di cannabinoidi quando il passaggio delle auto era più contenuto e di conseguenza avrebbero dato meno nell’occhio. I più anziani a quel punto ne avrebbero approfittato per attraversare la strada con minor rischio per la propria già precaria incolumità. Al contrario, le ore di punta avrebbero stimolato i cocainomani e gli integralisti dell’aperitivo, che a loro si sa che il casino gli piace, e gli piace parcheggiare le loro auto prese in leasing sui marciapiedi, ostacolando contemporaneamente il passaggio dei pedoni e dei guidatori che con loro grande rammarico non si trovano in quel momento a ingurgitare bevande fluorescenti di dubbio sapore e fattura.
Geoffrey si rendeva conto che il posto non era, come dire, di respiro propriamente letterario: non che si aspettasse che lo fosse stato, però era uno di quei posti dove momentaneamente era costretto a vivere, e proprio in quel periodo si era intimato di scrivere, qualsiasi cosa su qualsiasi argomento, senza badare a forme e contenuti. Perciò mulinava la testa da una parte all’altra in cerca di una corrispondenza che gli schiudesse uno scrigno di parole utilizzabili. Ben presto si accorse che a quello stesso forziere andava manomessa la serratura con un atto di violenza più o meno figurata, e molto probabilmente il bottino sarebbe stato oltremodo misero, e in ogni modo non avrebbe ricompensato la fatica.
Sbuffò pensosamente un paio di zaffate di tabacco ormai incenerito, ma non gli venne in mente niente di originale, a parte le solite argomentazioni superficiali sul disagio delle masse odierne, quelle facili intuizioni che dimostrano soltanto quello che è già ovvio.
Eppure a ben vedere, per chi voleva guardare con gli occhi scevri del pesante moralismo di questa epoca afflitta da ansie igieniste e tormentata dall’inquietudine di apparire obbligatoriamente originale per riservarsi in qualche modo un’opportunità di emergere dal magma indistinto dell’anonimato cibernetico, quel microcosmo di luogo-atto-a-somministrazione-di-bevande-alcoliche possedeva una miniera grezza di spunti inesplorati e sfaccettature oscure che aspettavano solo di essere narrate ed assurgere ad una qualche forma di legittimità. Niente di eroico o immortale, s’intende, piuttosto di paradigmatico.
Certamente i più vistosi erano i tossici. C’erano vari gradi di infognamento, da quelli che non si notava e lo sapevi solo se li avevi visti consumare, passando da quelli che tiravano su col naso ogni dieci secondi facendo sfoggio di una parlantina da conduttore televisivo, fino a quelli che grondavano la propria astinenza da tutti i pori digrignando le mascelle come la barra di una telescrivente. Similemente per gli alcolisti: potevi scorgere le nuove leve che con entusiasmo fanciullesco si gettavano a capofitto verso lo scopo, trangugiando veleni etilici da bicchieroni colmi di ghiaccio, salvo poi vomitare tutto a metà serata e addormentarsi col cappuccio della felpa calato sul capo su una panchina accanto alla pozza della loro ex-cena. Chi invece era ormai un veterano sedeva ingiallito in un angolo della sala parlando con apparente cognizione di causa di qualunque argomento di attualità internazionale (sebbene l’unica volta che si sia allontanato dal paese in vita sua è stato per il viaggio di nozze in un villaggio vacanze in Grecia), fino a quando le parole gli usciranno biascicando dalla bocca riarsa, gli occhi ormai microscopiche fessure luccicanti a fissare il vuoto di fronte. A quel punto si alzeranno incerti sulle gambe secche caracollando verso l’uscita, verso una nottataccia di incubi e tremori.

Avevo le idee molto più chiare quando tu eri lontana, quando eri agli antipodi della mia anima e del mio sguardo. Mi ero convinto che tu, dopo dieci mesi, ormai fossi un capitolo chiuso della mia vita malamente indicizzata, che ormai non avresti avuto più il potere di indirizzare i miei desideri verso quel tuo minuto, fragile corpicino bianco. Invece è bastata una semplice, innocente, velleitaria, comunicativa telefonata per scombinare le precarie nuove certezze che avevo maturato in notti parzialmente insonni e giorni faticosamente conclusi. E’ bastato risentire la tua voce (che ti avevo riconosciuto subito anche se ho fatto finta di no, anzi appena ho visto il numero sconosciuto sul visore del telefono, il mio ego, che spesso palesa una lucidità che non sono in grado di gestire, aveva già previsto che all’altro capo ci saresti stata tu) – appena ho risentito la tua voce, lievemente tremante eppure chiara, con quelle inflessioni grevi che sembrano viaggiare su uno scivolo su e giù per la laringe, l’ampiezza del mio sorriso ha oscurato tutte le convinzioni sulla mia vita nuova di zecca, e in pratica sono stati mesi di compassioni gettati al macero nel giro di qualche secondo.
Ti puoi immaginare poi l’averti rivisto con, per l’appunto, il mare che si stagliava roboante dietro il profilo della tua testolina dai capelli corti, quel sorriso a bocca chiusa che ti gonfia le guance e scopre una sottile striscia bianca di molari, gli occhi, perdio, gli occhi come grandi gocce d’ambra che sembrano racchiudere nei propri cristallini le inconfutabili spiritualità di anime ascetiche in cerca di una materialità che le possa redimere. Ci siamo immersi poi, per la prima volta insieme, nel ventre liquido del mondo, come dire, il nostro primo sacramento.
E tu eri felice, ti ho visto che eri felice (non perché eri con me, eri precedentemente felice, comunque diciamo che hai mantenuto lo stesso stato d’animo per tutto il periodo durante il quale siamo stati insieme), e anch’io ero felice, di quella felicità che provo solo quando sono con te. Quando sono con te mi passano il mal di schiena e i dolori alle giunture, non sento fame né sonno, sono mediamente meno triste e riflessivo, mantengo un colorito vivido in faccia e il mio umore è decisamente allegro, rispetto a quando tu non ci sei.
E’ stato come (ri)vederti per la prima volta, per l’acconciatura, per l’incedere, per il portamento, il modo in cui (non) mi hai baciato, la risolutezza nei gesti e nei discorsi, la destrezza con la quale svicolavi dal mio oppressivo bisogno di contatto, la generale sensazione di affidabilità che tutto ciò mi ha trasmesso. (Cioè, l’affidabilità è riferita al tuo rapporto con la realtà circostante e la convinzione che riuscirai sempre a cavartela, in qualche modo).
Sarei uno stupido a considerare il nostro legame (suona meglio di rapporto, no?) alla stregua di una qualsiasi relazione amorosa odierna, con i suoi sottotesti economici, familiaristi, possessivi, fobici. Le nostre storie, sia personali che comunitarie, le nostre sensibilità, mi impediscono di farlo.

Da un po’ di tempo Geoffrey aveva abbandonato il suo tradizionale punto di vista paranoico-critico con eccessiva preponderanza per il fattore paranoico, a favore di uno sguardo depressivo-critico che non manifestava un’evidente prevalenza di nessuna delle due tendenze. In parole povere, si era spostato dalla scivolosa posizione che si espleta nell’affermazione: “Questa voglia di morire”, alla leggermente più rassicurante: “Questa poca voglia di vivere”. C’è una gran bella differenza. Per i soggetti inconsapevoli queste innocue distinzioni semantiche non significano un bel niente, ma per chi è abituato a lottare ogni giorno contro quella cappa grigia di inutilità latente che minaccia le loro esistenze terrene, la questione è decisiva. Si tratta di galleggiare a livello in uno stagno di liquido denso e melmoso, oppure lasciarsi trascinare a fondo come la carcassa di un vecchio peschereccio arrugginito.
Si raggiunge un grado superiore di cognizione dello scibile, una consapevolezza intrinseca verso le infinite pieghe, sia compiute che possibili, dipanantesi dagli eventi. Per cui, da quel momento in poi, il semplice percepirsi come corpo estraneo di una collettività che accetta, volente o nolente, parametri di giudizio che non sono il risultato della mediazione e della discussione dei desideri degli appartenenti a quella stessa collettività ma risultano essere solo dei dogmi imposti arbitrariamente da terzi esterni e presuntuosi, – ebbene, quella percezione non sarà più presagio di sensi di colpa, ma più naturalmente la presa di coscienza di una diversità, come di una persona che è mora anziché bionda, bassa e tarchiata invece di alta e slanciata, ecc., e come tale accettata, tralasciando finalmente le patetiche scene di manifesta disperazione abissale, come, per esempio, starsene in un angolo di una stanza affollata, in disparte ma ben visibile, senza partecipare a nessuna attività, cercando soltanto di farsi compatire.
Era cresciuto, come si dice di qualcuno quando non si riesce a motivarne il cambiamento così radicale.

di Remigio Tristoni, rappresentante della sezione poetica “A. Cravan”, Collettivo Antikunst

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