Via Senese Romana 132, 50053 Empoli (FI)  0571 931859 - 339 3721258 / Mondo Ramen 347 5445303

L’après-midi d’un ivre

C’è sempre una gran folla di gente il sabato sera in città, tutti che si affrettano verso un posto che reputano davvero importante; i corpi umidicci dell’estate si stropicciano nella calca dei vicoli, congestionandosi come le tante piccole auto di un traffico nervoso. Quando arrivano a destinazione subentra da subito il desiderio di essere da un’altra parte e non vedono l’ora di andar via, non importa dove. Io invece sono ore che siedo sulla panchina di fronte il minimarket ed ho bevuto per tutto il tempo, osservando l’andirivieni delle persone, l’incedere risoluto di chi sa che il giorno dopo non dovrà lavorare. Le prime sorsate di vino provocano una particolare secchezza nella bocca, come se stessimo attraversando un deserto insieme al costante miraggio di un’oasi rigogliosa. Dopo un po’ ci si fa sedurre dalla pozione alcolica e i nervi si distendono, i pensieri si alleggeriscono rimanendo a mezzaria sopra la testa, cosicché il solo modo di vederli è alzare lo sguardo. E quando lo faccio, poi, mi distraggono le stelle che ammiccano lontane, e sempre mi esce un sorriso quando guardo le stelle. E’ un riflesso incondizionato, mi ricordano le spiagge calde d’agosto, le braccia arrendevoli di Dora che mi cingono come l’edera e sembra proprio che non possa esistere il dolore.

Oggi pomeriggio è passato di qui un amico, anche lui aveva qualche pensiero da alleggerire. La sua ragazza lo aveva lasciato per il ragazzo di una sua amica, una storia degna del periodo più torbido della cinematografia hollywoodiana. Abbiamo fatto un brindisi alla solitudine e lui si è lasciato andare: – Non mi sono mai piaciute le uscite di coppia, c’è sempre un sottinteso latente di desiderio orgiastico e di tentazioni scambiste, ed io non sono quel tipo di amante, non riesco a gestire più di una cosa alla volta…

Poco prima dell’ora di cena abbiamo visto pure Federico Fiumani preceduto dal suo orgoglioso ciuffo canuto, forse diretto in piazza Dalmazia “a guardare uomini che non sanno più sognare”. Strano che non fosse in giro a suonare. Gli ho fatto un cenno con la testa e lui si è girato con la faccia di “ma chi cazzo è questo”. Mi venne a mente quella volta a Prato, quando offese il pubblico che cantava soltanto le sue vecchie canzoni, snobbando quelle nuove perché considerate troppo lente. – Siete degli stronzi, pigri di testa e ben vestiti, li apostrofò citando Ferretti. Ho sempre invidiato la sua stoica coerenza verso la musica, l’ostinata irriducibilità a farne un prodotto facilmente smerciabile. Come cantavano gli Who “hope I die before I get old”, ebbene lui sta cercando di posticipare quel momento schivando il rischio di apparire patetico.

La sera in una piazzetta lì vicino si esibiva un gruppo di ragazzetti alquanto simpatici. Si chiamavano i “Convenzione Odontoiatrica”, nome degno della esuberante gamma di appellativi in voga tra le nuove leve di musicisti: alcuni di questi rasentano il ridicolo, bisogna dirlo. Se non altro ciò denota un’avversione all’opportunità di raggiungere un facile successo. Proponevano canzoni del tipo “Iperico in fiamme” o “Tenetevi pure il mio prepuzio” e accanto ad una chitarra, un piatto e un rullante, mescolavano tastierine e mellotron di diverse fogge e colori. Vedevo i miei coetanei, trentenni o giù di lì, storcere la bocca rivendicando un’ipotetica purezza che contraddistingueva le sonorità dei loro tempi. I ragazzi più giovani al contrario sembravano gradire, si divertivano e pogavano sotto il palco passandosi da bere e improvvisando tortuosi stage-diving. Io non mi sono mai vergognato dei miei trascorsi punk demenziali, ogni cosa al suo tempo, quindi trovo inutile cadere in facili “nostalgismi” che hanno il solo scopo di negare quello che preferiamo non ricordare. Quando si cresce la nostra capacità di giudizio tende a nascondere gli errori del passato, cercando di omogeneizzarsi nel riconoscimento del consorzio civile, il quale ovviamente ignora le dinamiche che hanno portato a quelle azioni e le loro conseguenze pratiche nella vita di ognuno.

Mi accesi un’altra sigaretta. Tutti convenivano sul fatto che era troppo caldo, un’arsura insopportabile, degna di una serata tropicale passata a sorseggiare succo di mango. Per conto mio la temperatura era ideale: sembrava di sentire le rane gracidare da uno stagno lontano, ce ne stavamo inermi come Bartleby a lesinare un refolo di vento. I moscini si appiccicavano sulla pelle sudata, si inalava una stolida umidità che riusciva, nel suo scatto contrario, ad espellere le menzogne dell’inverno come fossero anidride carbonica. Mi sorpresi avido nell’intercettare ogni occasione di oziosità senza che ciò turbasse in alcun modo il mio senso etico. Era qualcosa di simile alla condizione che aveva generato il nostro mondo, il primo movimento di un essere vivente registrabile all’inizio della Storia aveva avuto luogo in una brodaglia in ebollizione, dalla cui schiuma un organismo monocellulare se ne usci alla ricerca di un suo simile, senza farsi tante domande su dove sarebbe arrivato.

Ci sono momenti in cui la situazione sembra non dover mai più migliorare, rimanere in quel modo per un tempo indeterminato propenso all’eternità. Uno spavento immutabile senza una data di scadenza, una ragnatela in divenire che parte dal tuo corpo verso gli oggetti pesanti, verso gli altri corpi che ti circondano, senza la ragionevole evenienza di una rottura. Essa va cercata nelle notti senza luna, nei punti dove non penseresti mai di poterla scovare, e da lì farla emergere, permetterle di essere notata. Così zigzagammo verso i viali bui, cantando all’unisono vecchie canzoni anarchiche. Un cane guaì di rimando da dietro un cancello, un gatto si rimpiattò dietro un terrapieno. Il cielo nero sembrava sorriderci, disponendo a semicerchio le sue stelle migliori.

di Remigio Tristoni, rappresentante della sezione poetica “A. Cravan”, Collettivo Antikunst.

Categories: Blog, Short storiesTags: , , , ,