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La Visione

Il mio primo importante scambio di fluidi e umori genitali con una donna è avvenuto una notte di inizio estate, ai margini di una festa di montanari. Fu una serata inquieta, movimentata, ricordo solo bicchieri da acqua ricolmi di grappa, cappelli con le piume che cadevano continuamente e dei gran polveroni alzati da abbozzi di risse, semplici scazzi di adolescenti incapaci di controllare le loro inedite scariche di testosterone.
Ci trovammo avvinghiati nel mezzo di tutto questo, lei dalla cornice dei suoi capelli mossi mi spiegava come voleva essere baciata, prima dei piccoli baci a labbra serrate poi, lentamente, far scivolare fuori la lingua poco a poco, fino a quando le estreme estensioni delle nostre bocche si fossero trovate perfettamente aderenti.
Io la seguivo con il trasporto di un amante follemente perso, e facilmente manipolabile: la piccola dolce Heidi dagli occhi enormi, emancipatasi dal bigotto ambiente della Svizzera alpina, da grande diventa una sessuologa romantica che aiuta giovani repressi dal contesto urbano a scoprire il piacere del contatto dei corpi.
Ci rigirammo per ore su un tappeto steso al limitare della boscaglia, bisbigliando sommessamente giochi di parole e reciproche peculiarità dialettali. L’aria fresca scivolava sulle nostre nudità, provocando fremiti nelle cavità più remote. Si rideva senza un motivo, e il motivo era l’eccitazione.
Quando arrivò il momento di lasciarci, la luce dell’alba aveva già iniziato a posarsi sulle vallate esposte ad oriente, scintillando la rugiada in un’infinità di ragnatele di cristallo. Ci fu una grande profusione di promesse, abbracci, desideri fuori tempo massimo, baci più scomposti e definitivi, perfino qualche lacrima, di cui non venne accertato il proprietario. Non l’avrei mai più rivista.
Non mi restava altro da fare che risalire la strada verso la casa dove alloggiavo con i miei amici, che nel frattempo si erano dispersi in ogni direzione. Il sole faceva iniziare a presagire la sua venuta dietro le cime più alte e l’aria si era riempita di quei profumi acri che esalano dal fradiciume della notte umida. Io attaccavo deciso l’ascesa come uno scalatore in procinto di battere qualche record, finalmente adulto, finalmente conscio del segreto che celavano con tanto riserbo quelle smorfiose.
Superata metà del declivio, sulla parte sinistra, quella che proseguiva poi a formare il crinale della montagna, opposta al burrone che caratterizzava l’altro lato della strada, vidi uno spiazzo dove svettava una colonica, a prima vista abbandonata. Di fronte c’era parcheggiato un vecchio modello di Peugeot, quello sì abbandonato, dalle cromature sbiadite e con un serio principio di ossidazione.
In preda ad un’euforia irresistibile, frutto dell’entusiasmo smodato di quella notte, salii sull’auto con la certezza che si sarebbe messa in moto, pregustando già l’espressione di sorpresa dei miei amici quando mi avrebbero visto arrivare a bordo di quel catorcio.
L’auto non partì, nonostante ci fossero le chiavi, comunque arrugginite dentro la serratura dell’accensione.
Alzo la testa per imprecare, per digerire quella piccola delusione. Da dietro le vetrate del piano superiore dell’abitazione che pensavo non abitata, vedo una presenza femminile avvolta in una tunica bianca, così trasparente e leggera che sembrava non contenere alcun corpo. Mi fissava col capo reclinato verso la spalla destra, l’espressione assente, stolida, irreale.
I deboli raggi di un’alba troppo precoce, quasi orizzontali, non aiutavano a definirne i contorni. L’atmosfera era ovattata e silenziosa come una scena osè di un film degli anni settanta, come quando si apre gli occhi sott’acqua senza occhialini.
L’euforia si azzerò d’un colpo e si insinuò nella mia mente, bisognosa di dormire, il mistero e l’inquietudine.
Chi era quella creatura eterea che mi scrutava da una casa vuota? Un ectoplasma raffigurante la mia anima gemella morta in un incidente stradale prima che la conoscessi, venuta a tormentarmi per il tradimento di quella notte? O, più razionalmente, la proprietaria della casa svegliata dai miei rumori stupidi?
Scesi dall’abitacolo e mi affrettai verso casa, senza più voltarmi.
Nell’appartamento tutti i letti erano già occupati. Accesi lo stereo e mi sistemai sul pavimento sotto il tavolo della cucina. Mi addormentai sulle note di Indian Summer dei Doors, sognando fantasmi che affollavano vicoli di vecchie città medievali.

di Remigio Tristoni, rappresentante della sezione poetica “A. Cravan”, Collettivo Antikunst

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