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Il Grande Vecchio

Hanno trovato il cadavere del Grande Vecchio, o almeno quello che ne è rimasto, dopo due mesi. Lo hanno trovato sulla riva di una spiaggia vuota dell’inverno, i brandelli di un corpo che una volta fu intero e offriva da bere al bancone di un bar, ci prendeva a schiaffi da ragazzetti quando si faceva troppo casino. Quella sera quando sparì io non c’ero, ma è uguale, non potevo farci niente, nessuno poteva farci niente. Quella sera il Grande Vecchio sentì che la sua saga era conclusa, finì per correttezza il bicchiere di vino bianco, e silenzioso si avviò in perfetta solitudine verso il fiume, cercando l’acqua come fanno gli animali selvatici. Mentre camminava per raggiungere la sponda il braccio sinistro doveva aver già iniziato a intorpidirsi, il costato comprimeva a fatica i laceranti dolori del muscolo cuore che sta per schiantarsi. Si lasciò cadere nell’acqua per spengere definitivamente l’ardore fioco di quello che era rimasto di vita, ben conscio che la flebile fiamma da quel momento in poi non sarebbe bastata a scaldare tutto il corpo.
Se n’è andato, lucido e dignitoso, un’uscita di scena in grande stile. Non poteva fare altrimenti, il Grande Vecchio, lui che per la mia generazione era quello che ci era sempre mancato, un icona, un modello di ribellione possibile, tangibile. Ma era stanco il Grande Vecchio, la sua storia novecentesca non era più attualizzabile. Quello che ci aveva insegnato, che le avventure uno se le deve creare, aveva valenza in un contesto ben preciso, quando la realtà era mediata in maniera minore dalle immagini di un monitor, quando ancora l’immaginazione era una delle variabili principali dell’esistenza.
Con l’incoscienza di chi pensa fermamente di avere ragione, provava a sfidare questo tempo devastato e vile. Ma il risultato era deprimente, appariva patetico e veniva schernito da chi invece in questo tempo ci si trova a proprio agio. Lo deve aver infine capito, e si è fatto da parte. Deve aver intuito la sconfitta che la Storia, dopo averli lusingati a dovere, ha riservato a quelli come lui. Deve aver compreso l’oblio nel quale sarebbe stato risucchiato se fosse rimasto in vita, una delle tante figure sullo sfondo dello sceneggiato, una comparsa a cui è concesso prendere la parola soltanto quando nessuno ascolta. Non avrebbe potuto accettarlo. Quindi, non appena gli si è presentata l’occasione, non ha cercato una salvezza parziale gravida di menomazioni e disabilità, ma ne ha approfittato per allestire l’ultimo effetto speciale, la sua sparizione tra le nebbie del mito. Nessuno in questo modo si ricorderà del Grande Vecchio come del vecchio ubriaco che pisciava fuori dal vaso, deriso dai quindicenni. Tutti lo ricorderanno come il gran mattatore delle serate mondane cittadine, il casanova impenitente, il commesso viaggiatore in avanguardia sui nuovi flussi del mercato, e forse è meglio così.
Ci mancherà comunque il Grande Vecchio, con lui muore un’idea di spirito popolare che era sopravvissuta a catastrofi mondiali, ma niente ha potuto contro la distruzione dei desideri e lo smantellamento dei sentimenti umani che caratterizza il nostro quotidiano. Il nostro bisogno di consolazione beneficerà ben poco da questa dipartita mitica. La morte, per quanto carica di significati possa essere, non può servire a migliorare l’umore di chi rimane in vita. Contiene al suo interno il nocciolo di una sconfitta, l’angoscia di un destino ineluttabile. La certificazione dell’inutilità di tutte le afflizioni, le sofferenze, le gioie, le fatiche, i sensi di colpa che nel bene o nel male danno un apparente senso alle nostre azioni.

di Remigio Tristoni, rappresentante della sezione poetica “A. Cravan”, Collettivo Antikunst

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