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Il Bosco Nero

I

– Non conosco dove porta questa strada – , disse il vecchio. – Dicono sia maledetta. Nessuno è mai tornato indietro a raccontare cosa c’è dall’altra parte. Forse l’inferno… –
L’apparente placidità del luogo cozzava con quelle parole superstiziose.
Tutto era immobile, silente, come in un vuoto d’aria.
Ma raschiando via la quiete inerme si intravedevano in trasparenza le sagome di inquietudini millenarie, di esistenze che si trascinavano con ansia verso la loro sentenza definitiva.
Quel cipresso mutilato era presagio di una calamità incombente.
Con l’incoscienza che di solito si riserva all’attraversamento di un campo minato, avviai le mie misere spoglie mortali verso il sentiero dell’ineluttabile, noncurante del destino che implacabile mi sovrastava.
Mi apprestavo ad entrare nel bosco nero, da dove nessuno mai aveva fatto ritorno.

II

Avanzavo a piccoli passi sotto le chiome scure, i rami grondavano le lacrime dei disperati.
Un fruscio tra le foglie mi fece sobbalzare: era il primo rumore che sentivo da ore.
Due grandi ali mi vennero incontro spiegandosi.
Maestoso volatile, da quali meandri d’oscurità ti riveli?
Sei forse il messo di Atropo, spietata dea della fine della vita, mandato a recidere il filo della sorte?
Se così fosse, dovrei omaggiarti con un inchino, sacrificando la mia testa piena di ombre.
Oppure mi presterai ausilio con la tua vista metafisica, indicandomi quello che non riesco a vedere?
Mi mostrerai per cosa valga la pena superare questi tormenti?
Non confido di poterlo fare, dovrai essere molto convincente…
Una luce apparve lontana, tra due tronchi secchi di cadavere.
Era chiara, radiosa, ma illuminava solo se stessa come un arcobaleno senza sole.

III

Potrei vagare per giorni intorno a questi alberi,
indagare nei recessi più insospettabili i segreti delle radici affiorate,
leggere come un oracolo le venature delle effimere foglie,
e annusare l’acre fragranza delle fiere orgogliose.
Oppure considerare i rami secchi come altrettante forche alle quali affidare il mio destino.
Mi sentivo al sicuro, ma non sarebbe durato se non avessi preso la direzione giusta.
Da una parte, solo vicoli ciechi, strade mentali accidentate e umide, scontrosi rimpianti e lamentevoli desideri nei quali mi sarei facilmente impantanato.
Sull’altro lato, la luce stava lasciando posto alle forme, ancora granulose ma cariche di fascinazione.
Non potevo fallire, a questo punto diventava complicato redimere la delusione.
Non esiste formula assolutoria per i condannati volontari.

IV

Dapprima fu come un mormorio sommesso, poi il rumore si avvicinò trasformandosi in frastuono.
La terra davanti a me si squarciò come attraversata da un aratro invisibile.
Ne uscì una sfera liscia e trasparente, e fu di nuovo silenzio.
Lievitava a mezz’aria, i riflessi della superficie mi mostravano un’utopia felice.
La contemplavo estasiato, mai avevo visto niente del genere.
Un sobbalzo e la sfera si mosse pervasa di inquietudine:
una scimmia stolida e rozza iniziò ad inseguirla.
Il globo iridescente fuggì dalle grinfie dell’animale, ma alfine dovette soccombere.
Fu sottomessa e non oppose più resistenza.
La bestia sedeva trionfante sopra la sfera:
dalla sua fronte, come uscito dal cesto di un incantatore, strisciò fuori un serpente.
Sezione dopo sezione, la sfera ripiegò su sé stessa.
Quando fu sparita del tutto, il Mondo non esisteva più.

di Remigio Tristoni, rappresentante della sezione poetica “A. Cravan”, Collettivo Antikunst

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