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Felicità a tempo determinato

“In quel periodo lavoravo in un ristorante sempre molto affollato, pieno di famiglie e gruppi di adolescenti annoiati. La politica del locale richiedeva una certa dose di gentilezza e accondiscendenza verso i clienti, sicché mi trovavo costretto a pronunciare frasi del tipo: “Le porto del sale?”, “E’ troppo cotta?” o “Cercherò di risolvere il suo problema”. Non sono mai riuscito a capire questi eccessi di paternalismo, non mi è mai piaciuta la gente viziata. Ma questo andazzo sembrava piacere ai clienti perché tornavano spesso e quando se ne andavano salutavano come se fossero a casa di vecchi amici, con sincere risate e vigorose pacche sulle spalle.

Non potevo fare altrimenti. Mi serviva quel lavoro. Erano i tempi in cui stava arrivando la miseria e nessuno era pronto ad affrontarla. Tutti facevano finta di nulla, erano terrorizzati dall’idea di diventare poveri e questa evenienza non veniva mai tirata fuori. Ma ognuno in cuor suo sapeva come sarebbe andata a finire. Se non se ne parlava era più che altro per non guastare questi ultimi giorni di festa. Il party sta per chiudere, approfittiamo delle ultime bevute, quelle che domattina ci faranno scordare della serata. Ad ogni modo, anche se la questione rimaneva taciuta, si vedeva trasudare dai gesti e dalle espressioni delle persone: erano forzate, posticce, si parlava solo di cose sentite dire e nessuno si esponeva con un discorso originale. D’altronde, noi trentenni c’era da capirci: eravamo cresciuti in un’atmosfera smussata di tutti i pericoli, i nostri desideri materiali erano stati esauditi con iniezioni di plastica a buon mercato e la nostra vita era scandita dai riti sacri della colazione, il pranzo, la merenda, la cena. Siamo stati cresciuti per condurre un altro tipo di esistenza, ma le condizioni oggettive sono mutate, e soltanto chi riuscirà ad adattarsi potrà permettersi qualche soddisfazione oltre la sopravvivenza. 

Insomma, non c’è da farne un dramma, non stiamo per morire di fame o cose simili: siamo pur sempre in occidente, e chi comanda ha ancora bisogno di consumatori, perciò è anche un loro interesse mantenerci in vita. E se si riesce a comprendere ciò, diventa tutto più facile. Stiamo parlando di una miseria più che altro metafisica, per ora. Se si aveva qualche conoscenza e ingoiando un po’ di rospi, si poteva ancora avere un’esistenza dignitosa, e giostrandosela bene, ci potevano stare situazioni di godimento arricchite da una dimensione gratuita.

Ad esempio, avevo un’amica che lavorava in una confezione di alta moda, e non so come riusciva sempre a scovare feste di persone ricche nelle ville sulle colline intorno alla città. Io indossavo il mio vestito migliore, quello del matrimonio della mia cugina, lei qualcosa che prendeva in prestito dal magazzino della ditta, e ci imbucavamo come niente fosse in questi ritrovi decadenti, stile tardo impero. Ambienti rustici, opere d’arte che sembrano un sacco dell’immondizia in una giornata ventosa, musica che si alterna tra una sorta di avanguardia acid-house, che i presenti ascoltano in un compito silenzio, e uno squallido italo-trash anni ottanta, il quale si erge a paradigma di tutti i più bassi istinti danzerecci degli ubriachi presenti in sala. Giovanotti intraprendenti con l’acconciatura marcata si pavoneggiano ai bordi della piscina, mentre le loro ragazze, come gallinelle spaurite, si ritirano sulle terrazze a spettegolare delle loro esperienze extraconiugali. In compenso, questi posti sono una vera e propria miniera d’oro: le bevute sono di ottima qualità, c’è sempre qualcuno che ti offre da fumare e ogni tanto passa uno specchio con strisce di cocaina già allineate. A fine serata si riesce sempre a portare via qualche avanzo: bottiglie di liquori o il pranzo per il giorno dopo. Se sei fortunato riesci a scucire anche contanti, frutto di piccole truffe e giochi di prestigio, addirittura elettrodomestici utili, come affettatrici e macchine del caffè. Mi rendo conto che è deprimente, tutti recitano un ruolo in questa farsa dello sfarzo, chi mostra la sua opulenza senza vergogna, e chi quell’opulenza la brama e, come un cane sottomesso, lecca la mano del padrone che gli fa l’elemosina.

Vivevamo in una realtà nella quale l’importanza era quantificata dalla dimensione monetizzabile: se qualcosa conveniva, allora era giusta, non esistevano altri termini di paragone. Era iconoclastia portata alle estreme conseguenze la quale, spogliata di ogni criticità, risulta sempre favorevole al potere dominante. Mancava un’alternativa poiché non era in nessun modo praticabile, chi si azzardava a intraprendere, non dico una strada contraria, ma quantomeno parallela, era destinato all’isolamento e alla denigrazione. Era una colpa non apparire moderni, qualsiasi cosa volesse dire. Ci si vergognava della miseria materiale come di un peccato originale: non essere al passo con i tempi equivaleva ad accettare la mela dal demonio. Se ci capitava di provare un piacere che non prevedeva un corrispettivo in denaro, il senso di imbarazzo impediva di condividerlo, ed esso evaporava nel flusso banalizzante delle sensazioni ammissibili. 

Le riprove più evidenti di queste tendenze si manifestavano quando i discorsi cadevano sul lavoro: era palese che le attività produttive erano destinate ad estinguersi, vuoi per l’evoluzione delle tecnologie o per la saturazione del mercato. Ciò nonostante il mito dell’occupazione gettava ancora i suoi strali su tutte le generazioni e pareva non accusare mai un momento di incertezza. “L’importante è il lavoro!”, era il coro unanime che si alzava dalle macerie della nostra quotidianità, ed intanto esso fagocitava le nostre forze e i nostri desideri alla stregua di un insaziabile tritarifiuti.”

di Remigio Tristoni, rappresentante della sezione poetica “A. Cravan”, Collettivo Antikunst.

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