Via Senese Romana 132, 50053 Empoli (FI)  0571 931859 - 339 3721258 / Mondo Ramen 347 5445303

ELEGIA PER REED

di Remigio Tristoni
Quando un paio di anni fa ho visto Lou Reed al Pistoia Blues, mi assalì il timore che andare a vedere quel concerto sarebbe stato come fare una gita al giardino zoologico, animali rari che concedono i loro ultimi latrati in cambio di una buona pensione, dopo aver dilapidato tutto il loro successo nelle droghe e nelle cure delle malattie causate da esse. Quello che vidi invece fu la storia del rock con la kappa maiuscola in una delle sue più fulgide testimonianze, una scorribanda vivente dagli anni sessanta ad oggi, erano occhi che cantavano di aver visto cambiare la musica e diventare lo sfogo di generazioni frustrate dalla noia.
Sulla copertina del quaderno dove annotavo le prime poesie, avevo appiccicato la foto dell’episodio della siringa, con Lou munito di laccio emostatico, occhiali scuri e capelli ossigenati, in procinto di bucarsi. Nella mia mente allucinata dei sedici anni, quell’immagine rappresentava tutta la grossolana ribellione del rock portata alle sue estreme e deleterie conseguenze; era affascinante scoprire che le regole che ti avevano imposto fin da bambino potevano essere ignorate, oltretutto con stile e divertendosi. Crescendo ti rendi conto dell’imbroglio che si cela dietro ogni immagine auto-costituitasi, ma ormai è troppo tardi, la musica diventa uno degli elementi vitali per la sopravvivenza, e sotto sotto non ti abbandona mai la speranza che un giorno tutto il mondo sarà un immenso e continuo concerto dove muoversi da un palco all’altro, ballando fino all’alba per poi ricominciare.
Così come alla protagonista di una canzone dei Velvet Underground, anche a me il rock’n roll ha salvato la vita, e buona parte del merito può essere ascritta a Lou Reed. Quando per la prima volta ascoltai quel disco che si celava dietro una banana gialla, la melodia eterea di “Sunday Morning” materializzò la tragedia e il furore che gemevano dai bassifondi delle metropoli e dette forma all’inquietudine della mia adolescenza. Da quel momento niente poteva essere più come prima, perché qualcuno mi aveva dimostrato che nessuna tristezza è talmente definitiva da non poter essere sublimata in una canzone rock. Quelle canzoni erano le voci grevi e disperate degli emarginati senza più desideri; da un violino elettrico lacrimavano giù negli scoli delle strade di New York, mescolandosi alla spazzatura e alle altre vite spezzate da una società crudele verso i propri figli. Negli anni settanta si sono trasformate, diventando accattivanti e provocatorie, ma le loro storie non sono mai salvifiche, anzi erano la prova che non esiste salvezza, questa è la nostra condizione di dolore, tanto vale farsela prendere bene, godendo appieno di ogni “giorno perfetto” che riusciamo ad ottenere, camminando sempre sul lato selvaggio e assolato della strada.  
Categories: Blog, MusicaTags: ,