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Decisioni Drastiche

Le lamiere contorte del cofano dell’auto scintillavano ai primi raggi del sole che aveva da poco sormontato gli alberi più alti della brughiera. La rugiada mattutina gocciolava silenziosa da quel ferro informe; un gufo stridulo salutò il nuovo giorno andando a rintanarsi nelle gole rocciose. Donny aprì gli occhi lentamente, quasi come a voler rifiutare quello che avrebbe visto, presagendo niente di buono. La sua Honda premeva accartocciata contro un pino di un metro e mezzo di diametro. Un rivolo di olio scuro scendeva il declivio accanto all’asfalto. Era stato fortunato: l’urto lo aveva sbalzato fuori dalla portiera che si era aperta come il coperchio di una scatoletta di tonno, e giaceva a qualche passo dalla carcassa dell’auto, dolorante ma nel complesso vivo. Il suo amico non aveva avuto la stessa sorte: il suo corpo era riverso sul sedile del passeggero con la faccia spalmata sul cruscotto schizzato di sangue. Ben presto la corteccia dell’albero si sarebbe rimarginata e di quello schianto avrebbe riportato solo un leggero segno in uno dei cerchi all’interno del fusto. Ma per Freddy non ci sarebbe più stata opportunità di guarire. Solo la lenta marcescenza del suo corpo e l’eco dei suoi rimpianti.

Era diventato un alcolista per sfuggire all’angoscia di un inverno particolarmente lungo. Da quel momento in poi niente per lui aveva avuto più senso. La sua vita era una spirale verso il basso, come lo scarico del bidet di un bagno pubblico. Non aveva più provato un’emozione, fatto salvo il disgusto che sentiva ogni mattina al risveglio, annunciato dal fetore che emanava la sua bocca impastata. Sono ben note le parole che ognuno pronuncia il giorno dopo una sontuosa sbronza: – Non lo farò mai più! Ebbene l’alcolista appena sveglio si dice: – Devo rifarlo al più presto, perché non può sopportare la deprimente sobrietà che lo circonda. 

L’inverno in questione arrivava dopo due anni di prigione durante i quali Donny aveva sperimentato tutte le sottili e esplicite forme di vendetta che la Giustizia riserva a chiunque abbia la pretesa di intralciare la sua onnipotenza (e non può permettersi dei buoni avvocati). Quando entrò in carcere, le solerti guardie si erano prese la premura di avvisare gli altri detenuti sul motivo della sua presenza: abuso di minore, che equivale, nella gerarchia dei galeotti, all’ultimo gradino nella scala dei delitti, molto al di sotto degli assassini seriali. La retorica del legislatore nel descrivere quel reato evoca, com’è comprensibile, i più bassi istinti animaleschi e non può che suscitare il più feroce biasimo nei confronti di chi ne è accusato. Ma l’interpretazione dei fatti è per definizione influenzata da emozioni e circostanze che spesso trascendono la razionalità. Lo schematismo dell’apparato giudiziario e i suoi limiti, poi, fanno il resto, riempiendo le galere di persone che probabilmente sono le sole vittime dei loro presunti reati.

Tutto cominciò in certi pomeriggi di primavera al parco della periferia cittadina, quando seduti al sole si possono azzardare perfino le maniche corte, rianimando gli ardori che l’inverno sopisce ogni volta. Donny si concedeva spesso una buona lettura posizionandosi su una panchina appartata, lontano dal chiasso dei bimbi e dagli sghignazzi degli adolescenti che si fumavano le prime sigarette di nascosto. Dopo qualche giorno si accorse di una ragazzetta che lo osservava, leggermente defilata dal gruppo delle sue amiche. Lo fissava senza malizia, senza distogliere lo sguardo neanche quando Donny guardava nella sua direzione. Doveva avere sui quindici o sedici anni, capelli castani lisci che le cadevano lunghi sulle spalle, i lineamenti del viso rotondi, ancora un po’ acerbi ma che palesavano una futura bellezza della quale lei era ancora inconsapevole. In una giornata particolarmente calda lei si avvicinò con la scusa dell’accendino. – Non dovresti fumare, sei troppo giovane… , disse Donny. – Non è per me, è per le mie amiche, rispose lei un po’ seccata. Aveva una voce diafana, molto musicale, senza quello stridio che caratterizza le inflessioni di quell’età. Quando tornò gli chiese che libro stesse leggendo. – Joyce, Ritratto dell’artista da giovane. – Mai sentito, e si mise invece a elencare le sue letture: Siddharta, le poesie di Jim Morrison, Il piccolo principe… Era spigliata e curiosa, e quando terminava un discorso si bloccava un attimo per ripensare a quello che aveva detto, per poi annuire decisamente. Si presentò: – Piacere, mi chiamo Chiara, e se ne andò correndo, sventolando la mano in segno di saluto. Nei giorni seguenti passò spesso dalla panchina appartata, trattenendosi sempre più a lungo. Voleva che Donny le raccontasse le trame dei libri che leggeva, la musica che ascoltava, gli ultimi film che aveva visto. In poco tempo il legame si consolidò: lei pendeva dalle sue labbra, lui, benché trovasse piacevole la sua compagnia, cercava di mantenere un certo distacco, rendendosi bene conto di avere il doppio della sua età.

Poi venne l’estate e Donny partì per lavorare nei locali lungo la costa, perdendosi in un vortice di piatti da lavare e pessimi cocktail da servire. Si era dimenticato di Chiara, ma lei non aveva fatto altrettanto. Una mattina di settembre, mentre il vento da levante portava la pioggia annunciando bruscamente il cambio di stagione, sentì suonare alla porta. Un’esile figura fradicia e infreddolita gli si parò davanti non appena aprì: era Chiara. La fece entrare rimproverandola per la sua imprudenza, andando a cercare un accappatoio e qualcosa di asciutto. Quando tornò in salotto la trovò distesa sul divano completamente nuda, la pelle candida ancora imperlata dalle gocce di pioggia, i seni turgidi che si stava accarezzando delicatamente con una mano mentre si mordicchiava le unghie dell’altra. In quell’attimo Donny scordò qualsiasi precetto o costrizione morali e si sdraiò accanto a lei. Si mosse con dolcezza, e non appena scoprì di non essere stato il primo i suoi nervi si distesero e si godette appieno il momento.

Nei giorni seguenti si trovò a dover giustificare a sé stesso quello che era successo: pensò alla canzone Thirteen dei Big Star, gli venne in mente Jerry Lee Lewis che aveva addirittura sposato una sua cugina quattordicenne. Ma a parte i riferimenti al mondo musicale, si convinse di non avere fatto niente di male, era stato gentile e non si era approfittato della sua posizione. Non furono dello stesso avviso i genitori di Chiara che, venuti a conoscenza dell’accaduto, denunciarono Donny che si trovò catapultato in un inferno burocratico di questure e tribunali, e capì che niente sarebbe più stato come prima. I giornali locali montarono il caso (fu una manna per le loro tirature editoriali) e i suoi precedenti per possesso di hashish furono usati come un’aggravante inequivocabile. Fu condannato a cinque anni senza la condizionale, ridotti a tre e mezzo in appello. Quando entrò in cella, il suo vicino di branda gli consigliò di non dormire quella notte, perché se avesse chiuso gli occhi, gli avrebbe staccato le palle a morsi.

L’autoradio non era stata danneggiata dallo schianto e riproduceva ancora un disco dei Replacements. Donny si avvicinò all’auto zoppicando, si era preso una brutta storta alla caviglia sinistra. Agguantò Freddy per una spalla e sollevò il suo cadavere: la sua faccia era una massa tumefatta della quale non si riusciva a distinguere i lineamenti. Lo lasciò ricadere inorridito, provocando un tetro scricchiolio di cartilagini. Dietro il sedile c’era una bottiglia con tre dita di tequila, residuo della sera prima. Se la scolò tutta d’un fiato. Doveva scappare: era sempre sotto sorveglianza e se lo avessero beccato lì sarebbe finito di nuovo al gabbio, senza dubbio, visto la quantità di sostanze illegali che avevano assunto. La zona era isolata, ma qualcuno prima o poi sarebbe passato. Salutò per l’ultima volta il suo amico e si incamminò lentamente verso il bosco, senza più voltarsi.

di Remigio Tristoni, rappresentante della sezione poetica “A. Cravan”, Collettivo Antikunst.

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