Via Senese Romana 132, 50053 Empoli (FI)  0571 931859 - 339 3721258 / Mondo Ramen 347 5445303

Approcci sbagliati per affrontare l’inverno

Piove. Ormai sono quattro giorni. Ogni tanto il vento freddo da est squarcia le nuvole e raggi di sole vi penetrano come lame nel burro. Ma dura poco. La pioggia riprende diligentemente a scrosciare sulle piante inermi, sui tetti che sembrano come plastificati. Si bagnano le strade sterrate, i cani randagi, le auto abbandonate in sosta sulle banchine, gli ombrelli dei temerari che escono in avanscoperta. La finestra della camera è uno schermo rivolto verso una versione della fine del mondo. Le vecchie convinzioni si scrostano dalla grotta mentale, portate via da quell’acqua provvidenziale. Scivolano lungo i precipitevoli rivoli creati dalla pioggia, per poi sparire alla vista, risucchiate da qualche condotto di scarico.
Era la decadenza che realizzava la sua profezia: decadeva, c’era da aspettarselo. La bellezza adesso era quel cielo grigio, quei milioni di gocce che riempivano il vuoto. La bellezza era quello che c’era, niente di più, niente di meno. Se ci fosse stato un deserto secco di sabbia vorticante, nessun miraggio di oasi salvifiche, soltanto rifrazioni ottiche, presagi di funesti destini – ebbene, quella sarebbe stata la bellezza. 
Ma per il momento pioveva. Adesso piano, cadenzato, il ticchettio sui battenti ricordava la melodia di un vecchio disco del blues di Chicago.

Cos’è rimasto?
Ci sono i gesti ripetuti come frattali arrendevoli sulla superficie del quotidiano, qualche discorso che affiora dal profluvio discorsivo odierno, una marea senza senso, invalicabile, un turbinio impossibile da solcare.
Ci sono relitti che godono nell’andare sempre più a fondo, nel sentirsi accarezzati da sotto da un abisso senza più luce. C’è chi finge di restare a galla, segregato nella propria bolla d’aria a scadenza rapida. Siamo parte di un naufragio tra le onde del tempo. Le scialuppe sono complete, nessun accredito per le eccedenze della storia.
Cos’è rimasto?
L’idea di un profumo decomposto dopo la prima annusata, un profilo sfregiato dagli abbaglianti di un’auto di lusso. I movimenti depotenziati di un atto ritenuto impuro, e per questo sofisticato. Lo spazio vuoto, l’unico spazio che sentiamo veramente nostro perchè è rimasta l’unica parte di noi che non può essere venduta.
Questa società non è più disposta a sopportare gli errori, siamo diventati spietati, i peggiori sbirri di noi stessi. Se commetti un errore, allora sei debole e non servi. Una scoria di debolezza rischia di intaccare l’organizzazione sociale dell’apparenza, perciò è pericolosa, si potrebbe scorgere pelle nuda.
Cosa non è rimasto?
La luminescenza di una speranza imperativa. E, in poche parole, tutto quello che non riesce a dare sollievo ad una psiche devastata dai sensi di colpa.
Di chi è la colpa?
Cosa vuol dire colpa?
L’insana tendenza ad arredarsi un loculo in qualsiasi posto ci si trovi a vivere.

Avrei bisogno di un sollievo, di fascinazione e di tranquillità. Di una rassicurazione che porti calore a quest’anima criogenizzata da stalattiti di dubbio compresso, che minacciano di cadere come bombe e fare molti danni. Avrei bisogno che la vita torni ad essere interessante, che valga la pena affrontare questo inverno, che il disgelo porti meraviglia persistente.
Mi sveglio tardi, nell’illusione che accorciando le ore di luce, si accorcino anche i tormenti; vivo di notte, quando è più facile mistificarli, o almeno così sembra. In ogni stanza del loculo ci sono pile di libri che leggo senza voglia e non termino mai. Ci sono anche i fogli di quello che dovrebbe essere il mio libro, perennemente iniziato e sistemeticamente abbandonato al proprio oblio, come un figlio che nessuno vuole. E’ abulico, ipotrofico, incapace e renitente a crescere, stirpe malsana, un vicolo cieco del programma evolutivo. Non si nutre di tristezza, ma neanche di bellezza: si nutre di niente. La sua anoressia emozionale mi fa ribrezzo, tremo al pensiero che questo possa essere un riflesso della mia immaginazione. E quel tremore che diventa granitica certezza quando mi rendo conto che le parole svaniscono in una nuvola di vapore acqueo non appena le traccio su quel dannato foglio. Io sono questo, sono un ammasso di particelle di ipocrisia vaporizzate in uno spazio che altrimenti rimarrebbe inutilizzato, in un presente che vorrebbe farmi a pezzi, se avessi una qualche consistenza.

di Remigio Tristoni, rappresentante della sezione poetica “A. Cravan”, Collettivo Antikunst.

Categories: Blog, Short stories